Visualizzazione post con etichetta piccole riflessioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta piccole riflessioni. Mostra tutti i post

martedì 10 maggio 2016

La maternità: un problema scomodo in Italia, un valore all’estero

“Le madri non cercano il paradiso,
il paradiso io l’ho conosciuto
il giorno che ti ho concepito”
Alda Merini

Diventare mamma: un desiderio, un traguardo, una sfida. La nascita del proprio bambino è il momento che permette di dare alla donna un senso completo al proprio corpo, nonché al proprio vivere. Quell’atto supremo di donare la vita l’avvicina alla sfera del divino.Mother and Child, Gustav Klimt, 1905

In tanti Paesi europei la maternità, questo periodo così importante e delicato della vita femminile, è tutelata e agevolata. Ad esempio, in Francia, tutte le spese sanitarie per le donne in gravidanza sono coperte. In Belgio, se una madre ha un figlio a carico ed è disoccupata, è prevista un’indennità di disoccupazione di circa 1.500 euro al mese. In questi casi, lo Stato dà sicurezze alla famiglia ed investe sul futuro dei nascituri. Un altro Paese all’avanguardia è l’Olanda: c’è un sussidio mensile per ogni bambino, indipendente dal reddito. Viene incoraggiato il parto a casa, in cui ogni mamma ha diritto ad essere seguita da un’ostetrica professionista. E il rapporto con il lavoro non diventa drammatico: il part time delle neomamme è una scelta diffusa e non stigmatizzata, che abbassa un po’ lo stipendio ma concede loro di crescere in serenità il proprio bambino. Perché, dunque, in Italia tutto sembra essere così difficile? È davvero solo colpa della crisi economica, o piuttosto di un modus operandi invalso da decenni che vede le donne come impiegate meno produttive, soprattutto se sposate e in odor di maternità? In Italia la maternità è frequentemente scoraggiata, e spesso le donne la rimandano o la sacrificano per il bene del proprio lavoro; ottenere i benefici connessi alla maternità è una lotta continua contro la burocrazia, e il proseguimento del lavoro non assicurato. La tranquillità di una neomamma italiana la fanno i familiari che le stanno vicino e l’aiutano, non certo lo Stato.

lunedì 9 maggio 2016

Il barista che sostituisce le slot machine con una biblioteca e viene premiato dai concittadini

"Ho deciso di eliminare quelle due macchinette che nella mia idea di caffetteria stonavano e al loro posto ho messo una libreria e creato una saletta relax...", racconta Nanni Masala, barista di Sassari, che ha sostituito le slot machine con una piccola biblioteca. E per questo è stato premiato dai concittadini - La storia
A Sassari, un giovane barista, Nanni Masala, ha sostituito le slot machine con una libreria piena di vecchi dischi e libri.


“Ho deciso di eliminare quelle due macchinette che nella mia idea di caffetteria stonavano e al loro posto ho messo una libreria e creato una saletta relax”, ha raccontato il giovane, che da due anni gestisce il Bar Università nella città sarda, a La Nuova Sardegna (da cui è tratta la foto nell’articolo).

Per togliere le slot ha dovuto aspettare quasi due anni perché doveva attendere che il contratto di monopolio scadesse, ma è sicuro che ne sia valsa la pena. “Io ci guadagnavo 200/300 euro in più è vero, ma da questo bisogna togliere le spese dell’energia elettrica e le tasse da pagare. Ma la verità è che i 7/8 clienti che ho perso quando ho tolto le slot non erano dei veri clienti del bar, entravano dritti verso le macchinette e mi rivolgevano la parola solo per cambiare i soldi. Nel mio locale preferisco creare un clima completamente diverso“, ha spiegato Nanni Masala.

Adesso nel suo locale, dove un tempo si trovavano le slot, c’è un’area dove ascoltare i dischi e rilassarsi bevendo un té. E del cambiamento se ne sono accorti anche i suoi concittadini: il gruppo Sassari No Slot, nato su Facebook per bandire le macchinette da gioco, ha infatti premiato Masala con una targhetta e una festa, lo Slotmob.

Michela Pilicchi Manca, una delle organizzatrici dello Slotmob, è sicura che quella del barista sia una storia da prendere come esempio anche da molti altri gestori di locali. “Chi come lui preferisce guadagnare meno, ma sentirsi a posto con la propria coscienza e dedicarsi ad accogliere coloro che frequenteranno il suo locale con ben più validi sistemi merita d’esser scelto per la propria colazione, per l’aperitivo, per una serata con gli amici”, ha detto in occasione dell’evento.

domenica 8 maggio 2016

storie di straordinaria dislessia raccontate ai ragazzi

Perchè un libro che parla di dislessici geniali?

Perché è stato scritto a quattro mani da una logopedista e da un giovane dottore in fisica, dichiaratamente dislessico, e col nascosto desiderio di diventare scrittore. L´idea è partita dall´esperienza quotidiana accanto a persone con Dislessia Evolutiva, anche chiamata DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento), non solo con soggetti in età infantile, ma dal contatto sempre più frequente con preadolescenti e adolescenti, soprattutto quelli che hanno avuto una diagnosi tardiva (purtroppo ce ne sono tanti) o addirittura giovani adulti.

sabato 7 maggio 2016

i genitori iperprotettivi danneggiano i loro figli

“Genitori spazzaneve”: in questo modo gli inglesi chiamano i genitori che spianano la strada ai loro figli pensando che in tal modo possano evitare che un qualcosa, non andando secondo le proprie aspettative, possa andare a minacciare l’autostima.



La direttrice del college femminile Saint Paul, a Londra, in una recente intervista al Times ha sottolineato come le capita giornalmente di imbattersi in padri e madri in preda di quella che ha definito un’ansia frenetica nel far sì che i loro figli possano essere sempre i primi rispetto ai loro compagni. La conseguenza? Bambini iperprotetti e talmente fragili emotivamente da non riuscire ad affrontare un fallimento.


mercoledì 20 aprile 2016

PERCHÉ NON REGALERÒ MAI UN LEGO IN CARROZZELLA (O UNA BARBIE CURVY)



Non ho ancora metabolizzato l’arrivo sul mercato della Barbie a-mia-immagine-e-somiglianza (leggi: bassina e rotondetta) che devo prepararmi a un’altra novità: i Lego su sedia a rotelle.

Saranno in vendita a giugno e andranno a rimpolpare la schiera degli omini gialli. Che già da un anno non sono più solo gialli, ma neri, bianchi, marroni. E anche giovani, vecchi… Tutto ciò per rispondere al bisogno (degli adulti) che i Lego siano come noi, come la realtà.

La sedia a rotelle, per dirla tutta, era già comparsa l’anno scorso, ma associata a un anziano (uomo) spinto da una badante (donna). E giù polemiche.


LINK

domenica 17 aprile 2016

Pubblica istruzione: Italia agli ultimi posti in Europa

E' quanto emerge dai dati dell'Eurostat, dopo di noi soltanto la Grecia


Ultima in classifica, davanti solo alla Grecia l‘Italia non brilla certo per investimenti nel settore della pubblica istruzione, con una percentuale di spesa pubblica del 7,9% nel 2014 a fronte di una media europea del 10,2%. Sopra di noi Romania, Spagna, Bulgaria e Slovacchia, mentre ai primi posti troviamo: Finlandia, Francia, Danimarca e Austria. Sono questi alcuni dei dati rilevati dall’Eurostat, l’organismo statistico della Commissione Europea.

Il dato risulta ancor più drammatico se si guarda agli investimenti nel settore dell’istruzione universitaria. Infatti, se ci troviamo ancora nella media per quanto riguarda l’istruzione primaria, vediamo che i valori scendono in quella secondaria, per appiattirsi drammaticamente in quella terziaria, arrivando a una percentuale dello 0,3% di Pil mentre in Europa la media è dello 0,8%.

Il Bel Paese non eccelle nemmeno in spesa per la cultura e conquista il penultimo posto con lo 0,7% del Pil, solo davanti alla Grecia (0,6%).

Ma se l’Italia spende poco per istruzione e cultura, qualcosa di più viene però investito per i servizi generali (che comprendono gli interessi sul debito, le spese per gli organi elettivi e gran parte delle spese per il funzionamento della pubblica amministrazione) in quest'area l'Italia spende l'8,9% del Pil (contro il 6,7% medio dell’Unione Europea) e il 17,4% della spesa pubblica a fronte del 13,9% in Ue.

Gli studenti danno i voti alla scuola

Gli italiani tra i più insoddisfatti in Europa, tra alti livelli di stress e ansia da prestazione



Gli studenti italiani sono tra i più insoddisfatti della scuola, dopo di loro solamente Belgio, Croazia, Estonia e Grecia, mentre al primo posto troviamo gli albanesi con l'80% dei "like". E' quanto emerge dal recente rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che ha fotografato lo stato dei ragazzi europei tra gli 11 e i 15 anni.

Se si analizzano i dati italiani, riscontriamo che ad 11 anni solo il 26% delle ragazze e il 17% dei ragazzi dichiara di "amare molto la scuola". La situazione peggiora con l'aumentare dell'età arrivando a percentuali molto più elevate di insoddisfazione a 15 anni, dove il 92% dei ragazzi e il 90% delle femmine risulta insioddisfatto della scuola.

Un dato importante se si considera che la scuola è sicuramente un fattore da collegare al benessere degli studenti, che può portare nei peggiori dei casi a scarsa autostima e sintomi psico-somatici.

Ad ulteriore riprova sono i dati che analizzano i livelli di stress da scuola, dove troviamo che a 15 anni il 72% delle ragazze ne soffre, contro il 50% dei maschi. Stress che si manifesta sin dalla pre-adolescenza, evdenziando come già ad 11 anni, quasi uno studente su due ne soffra.

Mal di testa, dolori addominali, nausee, nervosismo e tristezza sono alcuni dei sintomi da stress che interessano i nostri ragazzi ai quali si associano compiti, interrogazioni, genitori troppo esigenti, e profesori asenti.

Insomma in Italia l'ansia da prestazione inizia sin dalla pre-adolescenza ponendo l'accento più sui risultati che sulla persona e mettendo in evidenza l'esigenza di ripensare tanti piccoli meccanismi che regolano le strutture scolastiche e le modalità di intervento.

sabato 16 aprile 2016

Lo sviluppo del pensiero logico nei bambini: 6 giochi e qualche consiglio


Il ragionamento logico, nel bambino, è una capacità che ha uno sviluppo molto variabile, ma ha per tutti la stessa importanza: è precursore dell’apprendimento di tutte le materie scolastiche, aiuta la gestione dei problemi. Un bambino in grado di ragionare logicamente avrà più possibilità di risolvere i suoi conflitti e comprenderà più facilmente quello che gli accade, a partire dall’esperienza scolastica fino ai rapporti sociali in senso lato.

Si può incoraggiare l’uso della logica dando al bambino l’opportunità di pensare in qualsiasi situazione viva, senza fornirgli immediatamente le risposte. Lo si può fare mentre gli si legge una storia, chiedendogli riflessioni sul perché delle cose o su cosa può accadere in seguito; si può anche solo stimolare il ragionamento logico mentre compie le tue attività quotidiane, aiutandolo a portare il pensiero nella giusta direzione e risolvendo i suoi quesiti aiutandolo a trovare da solo le risposte ai suoi tanti perché.

Ai bambini molto piccoli si possono proporre giochi di logica molto semplici, per noi assolutamente comuni, talmente comuni che spesso ignoriamo il loro potere educativo.

È molto importante che il bambino possa concentrarsi durante l’esecuzione di un gioco, minimizzando le distrazioni.


L’importanza di studiare in gruppo: così si diventa bravi anche a decidere


Un esperimento condotto su 760 bambini ha dimostrato l’utilità dell’apprendimento collaborativo. Lo sviluppo del pensiero critico, poi, aiuta i ragazzi anche nella vita


Lavorare a gruppi fa imparare meglio a prendere la decisione giusta. La tecnica dell'apprendimento collaborativo sarebbe infatti un toccasana per i ragazzi e li aiuterebbe a scegliere in modo strutturato davanti a temi diversi, con risultati migliori rispetto a quelli raggiunti con l'insegnamento frontale in cui lo studente ascolta passivamente la lezione. Lo sostiene uno studio svolto dagli psicologi ricercatori del Center for the Study of Reading dell'ateneo dell'Illinois che hanno voluto analizzare come la collaborazione all'interno di un gruppo di allievi influisca sul loro processo decisionale. Per farlo hanno messo alla prova un totale di 760 studenti americani di quinta elementare, sottoponendoli a un ciclo di seminari durato sei settimane su di un argomento specifico. Una parte del campione lavorava a gruppi, una parte invece lavorava ascoltando le spiegazioni dell'insegnante. 

mercoledì 13 aprile 2016

Allenare la stereognosia: un solo gioco per tante competenze.


La stereognosia è l’abilità di riconoscere un oggetto col solo tatto. È esattamente quello che noi donne facciamo continuamente quando rovistiamo nella nostra borsa in cerca di una penna o di qualsiasi altra cosa, senza guardarci dentro.

Il nostro cervello, nel momento in cui le nostre mani toccano un oggetto, crea di esso un’immagine chiara le cui caratteristiche vengono attinte da ricordi che derivano dall’esperienza che abbiamo dello stesso oggetto.

Questo processo avviene in particolari aree associative del cervello che combina le informazioni ottenute e le confronta con quelle contenute in archivio.

Un’attività molto utile dal punto di vista dell’apprendimento e dello sviluppo psicomotorio del bambino è appunto la stimolazione di questo tipo di competenza.

Il bambino che viene invitato a riconoscere un oggetto con solo il tatto fa appello a diverse competenze:
Manipola gli oggetti con più precisione per attivare il riconoscimento
Accede alla memoria e ne sfrutta il contenuto
Elabora un’immagine mentale dell’oggetto in questione
Confronta le sensazioni per poter arrivare ad un risultato
Apprende nuovi vocaboli perché fa esperienza di oggetti che probabilmente non ha mai manipolato prima.

Tutto questo lo fa inconsapevolmente perché il suo unico scopo è quello di risolvere l’indovinello. È un esercizio molto utile anche per stimolare il ragionamento logico.

Riassumendo in un elenco le competenze che vengono stimolate attraverso la stereognosia possiamo dire che è utile per:

Attenzione
Memoria
Allenamento sensoriale
Categorizzazione
Apprendimento lessicale

Vi illustro qui di seguito come preparare un esercizio per stimolare la stereognosia, in varie fasi, dalla più semplice alla più complessa (la scelta del grado di complessità dipende da diversi fattori, primo su tutti l’età del bambino).

Ecco come fare:

Prendete un sacchetto, possibilmente di stoffa, e metteteci dentro tre oggetti molto diversi tra loro, quindi che abbiano diversa dimensione, volume e forma, ad esempio una pallina, una penna e un imbuto. Quindi chiedete al vostro bambino di trovare uno dei tre oggetti senza guardare nel sacchetto, ma usando solo le dita.

Quando siete sicuri che il bambino abbia compreso le istruzioni e sia in grado di riconoscere questi oggetti passate ad un grado di difficoltà superiore, diminuendo gradualmente il numero di caratteristiche per cui differiscono tra loro ed aumentando gradualmente il numero degli oggetti stessi.

Potreste anche creare una “scatola del tatto” partendo da un cartone da imballaggi: create due buchi per le mani che potete rivestire all’interno con due pezzi di stoffa con una fessura verticale, potete colorare ed abbellire la scatola come più vi piace. All’interno della scatola inserite gli oggetti come descritto sopra. Divertimento assicurato.

domenica 10 aprile 2016

fuoriClasse - Un film che narra la scuola con gli occhi dei bambini, sei storie a sostegno della scuola elementare

fuoriClasse non è solo un film o un un documentario sulla scuola italiana, ma è sopratutto un un progetto che si è concretizzato attraverso sei laboratori all'interno di sei scuole elementari, dalla Lombardia alla Basilicata, attraversando il Veneto, l'appennino, Roma e Napoli.

Sei storie nate dalla creatività dei bambini che prendono vita attrraverso un radio nella borgata Montecucco a Roma, con il progetto Freccia Azzurra, una radio bambina dove la IV A esce dalla classe attraverso le onde radio per mettersi in contato con altri bambini della stessa età in tutta Italia, o nel Rione Ascarelli di Napoli dove i corridoi vedono la presenza di un nuovo strano animale: Marco Cavallo, un cavallo rosso di cartapesta! E poi Padova che riscopre la storia dell'Antigone di Sofocle, raccontandola in piazza agli adulti e la scuola fra i boschi dell'Appennino toscano che racconta storie di lupi e infine Craco Peschiera, un paese vicino a Matera, che si riappropria di un paese abbandonato a causa di una frana.

Insomma tante storie, tutte bellissime, perchè raccontate dalla fantasia e attraverso gli occhi dei bambini! Questo e tanto altro viene narrato nel film fuoriClasse, che racconta la scuola possibile, quella dei bambini delle periferie. Un film che nasce all’interno del progetto più ampio La prima scuola – il cinema per la scuola elementare pubblica, a sostegno della scuola elementare italiana.

Una produzione 360DegreesFilm con Rai Cinema, in collaborazione con Fondazione San Zeno, per la regia di Stefano Collizzolli.

Il film è in uscita il 15 aprile (il 19 a roma), e nel frattempo è stata predisposta una campagna di crowdfunding per sostenere la distribuzione, ospitata dalla piattaforma Produzioni del Basso e attiva on line fino al 22 aprile al link www.produzionidalbasso.com

sabato 9 aprile 2016

Seconde generazioni

L'integrazione scolastica e sociale dei ragazzi di origine straniera nell'indagine dell'Istat

E' stata recentemente pubblicata "L'indagine sull'Integrazione delle seconde generazioni ", condotta dall'Istat nel 2015 e cofinanziata da Unione europea e Ministero dell’Interno.

L'indagine ha preso in considerazione le scuole secondarie di primo e secondo grado con almeno 5 alunni di cittadinanza straniera mettendo in evidenza la situazione dell'integrazione scolastica e sociale delle seconde generazioni in riferimento all'anno 2015.

mercoledì 6 aprile 2016

#25NOVEMBRE QUESTE DONNE STANNO CAMBIANDO IL MONDO

8 donne che stanno cambiando il mondo

Queste donne stanno cambiando il mondo. Come? Sovvertendo gli stereotipi, impegnandosi nella difesa dei diritti e lasciando un segno indelebile nella storia.


















http://www.lifegate.it/persone/news/8-donne-che-stanno-cambiando-il-mondo

martedì 5 aprile 2016

PICCOLE RIFLESSIONI - SINDROME DI TOURETTE

Ho la sindrome di Tourette e vi chiedo di farvi quattro risate con me

Jess Thom soffre della sindrome di Tourette e dice “biscuit” circa diciassette volte al minuto. I tic causati dalla sua malattia possono anche essere divertenti, ma spesso le persone si sforzano di non ridere per paura di offenderla. Questo, dice Jess Thom, mostra quanto è difficile avere a che fare con persone molto diverse da noi. Ma solo un dialogo aperto sulla disabilità e la diversità riduce le barriere tra le persone. Il video del Guardian.

Jess Thom è un’artista britannica. Ha fondato Touretteshero proprio per incoraggiare le persone a scherzare sulla malattia, a parlarne e a confrontarsi. Sull’argomento ha tenuto anche una conferenza TEDx.

http://www.internazionale.it/video/2016/01/15/sindrome-tourette

domenica 3 aprile 2016

UTILIZZO DIDATTICO DELLE ATTIVITÀ TEATRALI: LE LINEE GUIDA DEL MIUR

Pubblicate sul sito del MIUR le "Indicazioni strategiche per l'utilizzo didattico delle attività teatrali per l'anno scolastico 2016/2017". L'obiettivo è soddisfare il diritto di tutti alla cultura artistica e trasformare l'attività teatrale nelle scuole da sperimentazione estemporanea in esperienza curricolare.




Ieri al Teatro Vascello di Roma il sottosegretario all'istruzione Davide Faraone ha presentato le "Indicazioni strategiche per l'utilizzo didattico delle attività teatrali per l'anno scolastico 2016/2017", un corposo documento dedicato a tutti gli ordini e gradi di scuola. Il testo prende il via dalla legge 107, dalla valorizzazione delle attività artistiche qui sollecitata, per:
sensibilizzare bambini e ragazzi sui valori educativi e culturali del teatro;
fornire alle scuole indicazioni concrete per introdurre l'attività teatrale in modo stabile nella didattica;
portare a sistema e rendere organiche le buone pratiche già diffuse in molti istituti su un tema fondamentale per l'identità culturale italiana.

Il documento è diviso in due parti. La prima contiene "Indicazioni teoriche per la promozione delle attività teatrali" (zoom sulla Legge 107 e il posto che le attività teatrali vi occupano, finalità e scopi delle linee guida, gli effetti, il valore pedagogico del teatro). La seconda, "Indicazioni operative per la gestione di esperienze teatrali", fornisce alle scuole strumenti e notizie per l'ingresso pieno dell'attività teatrale nell’offerta formativa, con approfondimenti sui laboratori teatrali, la documentazione delle attività teatrali, la collaborazione degli enti esterni, la possibilità di utilizzare una piattaforma multimediale che sarà presto realizzata dal MIUR insieme ad altri enti.

A conclusione del documento, due paragrafi illustrano gli incentivi e le agevolazioni dedicati agli studenti e alle scuole e le attività previste e da prevedere per la Giornata Mondiale del Teatro, il 27 marzo.
Per saperne di più

sabato 2 aprile 2016

Mettere un bambino davanti a una LIM significa isolarlo dal resto del mondo

Prova a spiegarmi come usi la LIM in classe…


La prima volta che mi hanno fatto questa domanda era il 2005 e non la chiamavo ancora LIM, ma con il nome della marca. Qualche anno dopo, quando il Ministero ha deciso di finanziare la diffusione di questa strumentazione sul territorio nazionale, mi sono resa conto dell’errore.



Nel frattempo, ne ho viste di tutti i colori: i primi bambini che allargavano gli occhi ed esclamavano “Wow!”, quelli che si guardavano la punta del dito per vedere se si era sporcato con il rosso di un programma di grafica. Fino ai miei alunni di adesso, ai quali la LIM non ha suscitato nessuna emozione, segno che Bruner aveva proprio ragione: la tecnologia si fissa alle nostre conoscenze e sviluppa l’intelligenza della nostra specie.

lunedì 28 marzo 2016

App educative, come e quali scegliere: il punto di vista dell’esperto.

Se anche voi avete in casa dei piccoli nativi digitali che al vostro smartphone proprio non sanno rinunciare correte ai ripari e leggete questa utile intervista che farà luce su come scegliere le app per i nostri bambini, quanto tempo lasciare che gli dedichino durante la giornata e quali contenuti sono da considerarsi più educativi. 
Ecco un’altra preziosa intervista a Roberta Franceschetti, editrice, recensionista e fondatrice diMamamò.it, un famoso blog che da anni accompagna con professionalità ed obiettività i genitori nella scelta dei giusti contenuti digitali da sottoporre ai loro bambini.

domenica 27 marzo 2016

Giocando si impara. Ecco spiegato perché.


Le tecniche di insegnamento tradizionali spesso portano gli alunni ad identificare il momento dello studio con i concetti di fatica e sacrificio.

Se pensiamo al fatto che l’etimologia della parole SCUOLA indica l’ozio, il riposo, ovvero un insieme di attività piacevoli e rilassanti, come si è arrivati ad identificare le aule scolastiche e più in generale le attività legate all’apprendimento, con momenti che rappresentano per gli studenti solo stress e preoccupazione?

Ad offrire una visione alternativa a questa, ormai superata dall’evoluzione dei tempi, ci ha pensato laglottodidattica, che ha introdotto un approccio metodologico rivoluzionario, dapprima applicato al solo insegnamento delle lingue, ma poi esteso a numerosi ambiti e discipline: la didattica ludica.
Accostare le due dimensioni, didattica e gioco, significa lanciare una nuova sfida, al centro della quale si pone come obiettivo lo sviluppo delle capacità non solo cognitive e culturali dell’alunno, ma anche quelle comunicative e relazionali.

sabato 19 marzo 2016

Il rientro al lavoro dopo la maternità

Esiste un periodo “ideale” in cui tornare al lavoro? Come gestire al meglio questo passaggio?

Risultati immagini per maternità

Il fatidico momento in cui riprendere il lavoro dopo pochi giorni o diversi mesi in cui ci si è dedicate al nuovo nato si avvicina: per alcune mamme può essere vissuto con sollievo, per altre può rappresentare una preoccupazione.

Sicuramente il peso della decisione sulla ripresa del lavoro dopo la nascita di un figlio dipende da molti fattori non solo pratici, ma anche emotivi. Non sempre infatti è possibile scegliere liberamente il momento più opportuno per rientrare e, per motivi di contratto o per esigenze ti tipo economico, la mamma si potrebbe ritrovare alla scrivania o in negozio molto prima di quanto avrebbe desiderato. Il ritorno al lavoro è un ulteriore passaggio che si inserisce in unafase delicata del ciclo vitale della famiglia che comporta cambiamenti e una riorganizzazione pratica nella routine quotidiana.

L'idea di tornare al lavoro può essere vissuta con sentimenti diversi e contrastanti. Da un lato si sente il bisogno di riprendere la propria identità professionale: occuparsi di un neonato richiede l’investimento quasi completo del proprio tempo e delle proprie energie fisiche e mentali, con scarso spazio da dedicare agli altri bisogni personali che a poco a poco riemergono. La ripresa del lavoro può rappresentare quindi un’occasione per recuperare altri aspetti di sé, oltre all’essere mamma, e sentirsi appagate su più dimensioni. Ecco allora che il lavoro diventa un contenitore di ricarica, dove prendere energia per poi continuare ad affrontare con rinnovata serenità anche il nuovo ruolo di mamma. Dall’altro, questo momento può essere vissuto anche con preoccupazioni, sensi di colpa e mille dubbi: a chi lasciare il bambino? starà bene anche senza di me? per il mio bimbo quando potrebbe essere il momento migliore? Questa apparente ambivalenza caratterizza prevalentemente il periodo della esogestazione, quello in cui si consolida il processo di “attaccamento” madre – bambino, che va dalla nascita a quando il piccolo “gattona” e comincia ad allontanarsi. 
Data questa premessa, in linea generale si potrebbe affermare che non esiste un tempo ideale per affrontare questo cambiamento: i fattori in gioco sono davvero tanti e ogni mamma dovrà fare i conti con le proprie risorse e i propri vincoli, personali, famigliari, lavorativi ed economici.

E’ sicuramente utile piuttosto riprendere il lavoro gradualmente, inizialmente a tempo ridotto, per lasciare a tutti il tempo per adattarsi al meglio alla nuova situazione e calibrare eventuali aggiustamenti. Inoltre la regolarità dei periodi di assenza-presenza della mamma, consente al bambino di interiorizzare più facilmente la nuova routine, abituandolo ad aspettarsi quando la mamma ritornerà da lui. 
E’ importante inoltre che le persone cui il piccolo viene affidato siano per il bambino figure di riferimento reali. Riflettere su questo aspetto potrebbe avere un peso importante nella scelta del periodo in cui riprendere il lavoro. Affidare il bambino a una baby sitter, inserirlo al nido o affidarlo ai nonni, oppure al papà può fare la differenza. Per qualcuno lasciare il proprio bimbo ainonni potrebbe essere un passaggio del tutto naturale per altri potrebbe essere preferibile scegliere una persona con cui avviare un rapporto di lavoro oltre che di fiducia, che consente maggiori garanzie di libertà di gestione, soprattutto quando il piccolo venga affidato a tempo pieno. Altre volte, nonostante la scelta di una figura esclusivamente dedicata al bambino come la baby sitter possa essere vantaggiosa per molti aspetti, una soluzione diversa, come per esempio il nido d’infanzia, può rappresentare un’alternativa significativa sia per la dimensione di comunità con cui entra in contatto il bambino, sia per la dimensione educativa, più ‘strutturata’ e meno ‘familiare’. Non ultima, la valutazione del peso economico di ciascuna opzione, può effettivamente ri-orientare i genitori ad una scelta di compromesso che tenga conto di desideri, bisogni, vincoli e risorse.

Una volta soppesati questi elementi e stabilito chi si occuperà del bambino in assenza della mamma, occorre darsi un tempo per fare in modo che tutti possano abituarsi alla nuova routine della famiglia: questo significa prevedere, se possibile, un periodo di compresenza della mamma con chi si occuperà del bambino lasciando via via più margine di autonomia alla nuova figura. Quello che nei nidi e nella scuola dell’infanzia viene chiamato “periodo di inserimento”, vale anche se sarà una nonna o una baby sitter ad occuparsi di lui: lasciare il tempo per la conoscenza reciproca, può essere di grande aiuto per stabilire una relazione di fiducia che consenta al bambino di “riconoscere” ambienti e persone nuove per sentirsi sicuro, e alla mamma di affrontare il nuovo cambiamento con maggiore serenità. I primi distacchi saranno brevi, poi via via potranno allungarsi, mano a mano che si osservano segnali di ambientamento. E’ sempre importantissimo che la mamma saluti il bambino con un bel sorriso, sia alla partenza che al ritorno, dandogli un segnale di sicurezza e tranquillità. Nei primi distacchi il piccolo potrebbe piangere o “protestare”, anche se qualche bambino lo fa dopo qualche tempo. Anche la mamma potrebbe provare forti emozioni, che gradualmente verranno elaborate, lasciando il posto a rassicurazione e serenità.

Può essere utile sapere che attorno agli 8/9 mesi il neonato attraversa un periodo definito comunemente di “angoscia per l’estraneo”: si tratta di una fase della crescita in cui il bambino inizia a percepire una separazione netta dalla mamma, che può manifestarsi con la ricerca della figura primaria di riferimento, con pianto al distacco e una maggior paura degli estranei. Se l’inserimento al nido o di una baby sitter coincide con questa fase, potrebbe essere più difficile per i genitori valutare se effettivamente lo stato d’animo del bambino sia dovuto ai nuovi ritmi o alla fase evolutiva che sta vivendo. In ogni caso, anche se la mamma dovesse trovarsi a rientrare al lavoro proprio in coincidenza con questa fase del bambino, non c’è da disperare: affrontare con gradualità questo passaggio sarà di grande aiuto per entrambi, con la consapevolezza che il bambino potrebbe aver bisogno di maggiore vicinanza e rassicurazioni al momento del rientro. Anche offrire un oggetto con valore affettivo, che possa servire da consolazione quando la mamma non è presente, può facilitare l’esperienza.

Il bullismo è un problema che esiste da sempre




Il fatto che esista da sempre non significa che non sia un problema e che non vada combattuto: anzi proprio per la sua inutilità, stupidità e cattiveria è ormai arrivato il momento di trasformarlo in un ricordo del passato.

Che cos’è il bullismo

Per vedere come combattere il bullismo dobbiamo prima di tutto capirlo e definirlo, e come sempre ci viene in aiuto Wikipedia:

“Il bullismo è una forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra l’atto in questione come bersagli facili e/o incapaci di difendersi”.

da https://it.wikipedia.org/wiki/Bullismo

Non bisogna infatti confondere il bullismo con la normale interazione tra bambini o adolescenti, che a noi adulti spesso può sembrare aggressiva, rumorosa, esagerata. La normale interazione diventa bullismo quando è perpetrata da tanti nei confronti di pochi, dura nel tempo e porta le vittime ad uno stato di stress, paura, depressione.

Il bullismo esiste dalla notte dei tempi, ma c’è un nuovo fenomeno che si sta diffondendo da quando esiste internet, e la comunicazione online è diventata di massa: il cyberbullismo.

Che cos’è il cyberbullismo e come difendersi

Quando il bullismo avviene sulla rete si parla di cyberbullismo, ma il fatto che sia cyber non lo rende meno pericoloso. Quello che lascia il segno nel bullismo, infatti, non è la componente fisica, ma quella psicologica, che nel cyberbullismo è presente, anzi spesso amplificata, dall’anonimato e dalla distanza fisica.

E’ dovere dei genitori difendere i propri figli dal cyberbullismo, e difenderli significa impedire che diventino vittime, ma anche che diventino aguzzini.
si vedono troppo spesso genitori preoccupati che i figli diventino vittime del bullismo, e ne vedo troppo pochi preoccupati che ne diventino autori: entrambe le cose sono da combattere, ma essere aguzzini è molto più grave che essere vittime, perché è una scelta, e quindi c’è una colpa, quella di aver scelto male come comportarsi.

Per difendere i propri figli dal cyber bullismo bisogna agire su vari fronti: 
educazione 
prevenzione 
controllo 

Educazione contro bullismo e cyberbullismo

I nostri figli devono essere educati al rispetto in qualunque ambito. È impossibile insegnare ai figli che non bisogna essere bulli se in auto ci si comporta come cavernicoli, se si è rissosi, se si ritiene che la prevaricazione fisica e psicologica sia un modo con cui rapportarsi agli altri.
I motivi per cui pochi genitori sono preoccupati che i figli siano autori di bullismo, è che sono essi tessi dei bulli: l’educazione quindi dovrebbe partire dai genitori stessi.
In questo campo i singoli possono fare poco: ci vuole un intervento delle istituzioni, a livello sociale: maggiore informazione, ma anche maggiore responsabilizzazione e punibilità per atti di bullismo e atteggiamenti violenti, rieducazione per chi ne è autore, e così via.

Per i nostri figli invece, come sempre quello che funziona è l’esempio: comportiamoci bene con loro, facciamo vedere loro che esistono modi di interagire non violenti, e impareranno meglio che con qualunque parola. Questo non esclude ovviamente il fatto di spiegare loro come comportarsi bene, commentando film e video insieme a loro, facendogli leggere racconti e storie educative, e così via.

Prevenzione contro il cyberbullismo

Come si può prevenire il cyberbullismo? I metodi non sono diversi dalle altre forme di bullismo. Per esempio far vedere ai compagni che il proprio figlio non è solo ma ha una famiglia che lo supporta: i bulli cercano vittime indifese, quindi far vedere la propria presenza come genitori può far dissuadere. Non bisogna però esagerare, perché essere troppo protettivi è sgradito ai figli, ed è un buon pretesto per i bulli.

Anche l’educazione è una forma di prevenzione: ci si difende meglio da ciò che si conosce.Quindi è utile far conoscere la rete ai nostri figli, star loro vicino mentre usano tablet, PC e telefoni, spiegare sempre tutto quando chiedono.

E’ sicuramente utile anche utilizzare software di parental control che permettano di escludere la navigazione di determinati siti: questa è un’ottima tattica di prevenzione. Con la TV o i libri è più facile, basta non comprare libri o DVD inadatti. Su internet invece, dove tutto è disponibile, servono appositi software.

Controllare i figli, ovvero essere presenti

Nonostante un’ottima educazione e un’attenta prevenzione, purtroppo non si può escludere che le cose accadano. L’ultima arma a disposizione è il controllo.
Nessun bambino o adolescente ama farsi controllare, e non è neanche bello o eticamente corretto farlo, quindi dovremo farlo con la massima discrezione, e solo in situazioni particolari. Perdere la fiducia dei figli perché si è troppo ficcanaso è quanto di peggio possa accadere: ci verrà nascosto tutto, e sarà difficile aiutarli in caso di vero bisogno.
Anche in questo caso ci vengono in aiuto software di parental control.

Consigli pratici contro il cyberbullismo

Prima di tutto non bisogna demonizzare internet, i PC i telefonini o i tablet: qualunque sia la nostra opinione a riguardo, i nostri figli vivono e vivranno in un mondo in cui questi strumenti saranno onnipresenti, quindi meglio conoscerli. Sono strumenti di comunicazione e di lavoro, di per sé non sono dannosi, sono anzi utilissimi. È l’uso che se ne fa che può essere sbagliato.

I genitori devono essere informati, rimanere aggiornati e conoscere le nuove tecnologie. Non esistono scuse: è possibile fare corsi, imparare da soli online. Al giorno d’oggi affermare di non capirci di internet e tecnologia o di non esserne interessati, equivale a dire che non si è interessati a leggere o a scrivere: è una conoscenza essenziale e imprescindibile. Solo conoscendo possiamo insegnare bene ai nostri figli.

Diamo delle regole e dei limiti di utilizzo. In pratica è possibile definire quali siti può vedere, quando e quanto può utilizzare i dispositivi, inoltre permette di salvare la storia delle attività di navigazione. Tutto è configurabile e attivabile a seconda delle esigenze dei genitori e dei figli.

Interveniamo solo quando necessario. Non facciamo sentire i nostri figli come detenuti sotto controllo costante: non avranno più fiducia nei genitori e troveranno il modo di non farsi scoprire, in questo modo non saremo in grado di aiutarli quando ne avranno bisogno. Cerchiamo di passare sopra alle piccole marachelle che tutti i bambini o gli adolescenti possono fare.